Sono passati molti anni dalla prima volta che ho guardato Great Balls of Fire! (Vampate di fuoco), il racconto cinematografico degli esordi di Jerry Lee Lewis, noto al grande pubblico come The Killer per le sue letteralmente infuocate performance di rock ‘n’ roll.

Una scena del film che più di altre ricordo fa riferimento alle frequentazioni del giovanissimo Jerry Lee nei locali del Sud degli Stati Uniti – l’ambientazione è Ferriday, Louisiana – e mostra una tastiera di pianoforte sulla quale si muovono due mani: una bianca e una nera, una miscela di country e di blues che si incontrano in uno spazio di possibilità fino a quel momento non ancora del tutto determinato.

Ripensandoci a distanza di anni, e correndo sulla linea delle riflessioni che negli ultimi tempi mi hanno occupato, quelle due mani mi sembrano tradurre bene la metafora dell’incontro fra la stabilità che esige la vita (e dalla quale però la vita stessa rischia di essere schiacciata) e l’imprevedibile corrente sotterranea che, come flusso magmatico e quiescente, è sempre pronta a risalire in superficie per sconvolgere il nostro equilibrio. Mai come oggi vediamo ben rappresentato questo conflitto in ogni sorta di polarità contrapposte. Ma, in fondo, esso non traduce altro che una contraddizione più radicata e profonda la quale vede nell’identità – questa è la mia idea – un luogo di irriducibile frammentazione esistenziale, fatta di fratture e di discontinuità che sono parte sostanziale di ogni nostra esperienza.

Per me il genere boogie è la rappresentazione di questa condizione; è cioè uno schema armonico, possente, selvaggio ma comunque comprensibile entro il quale un ordine provvisorio è ristabilito di fronte all’incessante opera del caos. Ma è al tempo stesso l’espressione più eloquente di una creatività intesa non nel senso artistico del termine quanto piuttosto nell’abilità di riconoscere rapidamente uno schema di lettura efficace fra quelli possibili in una data condizione di incertezza.

In una dimensione della realtà come quella attuale, liquida, ambigua, dove ogni punto di riferimento si dissolve per riemergere in forme ancora sconosciute, essere creativi è una caratteristica umana che vale la pena di coltivare. Perché aiuta a muoversi in uno spazio dove ogni cosa è possibile se, dentro i tasti bianchi e neri che confinano le necessità della vita, siamo disposti a immaginare salti concettuali imprevisti che una melodia ovvia non saprebbe dare.

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